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a cura di Massimo Conti


Città come Sarnano e Cagli, per un'attenta politica promozionale delle istituzioni locali indirizzata al mondo del cinema - una sorta di film commission particolarmente attiva e ricettiva - sono ormai diventate una sorta di "teatri di posa naturali", punto di riferimento anche per produzioni straniere.
Vedi per esempio "Paesaggio nella nebbia" di Anghelopulos, "Something to belive in" di John Hugh o "Hudson Hawk" di M. Lehmann. E questo è l'altro dato significativo, cinematograficamente parlando, caratterizzante questo scorcio di secolo: la scoperta, da parte delle grandi major, del territorio marchigiano, dei suoi beni architettonici e monumentali come alternativa a monumenti italiani tradizionali, già ampiamente saccheggiati dal cinema, e città cinematograficamente obsolete come Firenze, Roma o Napoli.

Complice la nuova stagione del cinema giovane italiano che ha scoperto nuove dimensioni espressive, le Marche, da sempre tagliate fuori dall'asse viario classico Milano-Venezia-Firenze-Napoli-Palermo, hanno saputo suggerire per film "on the road" e "coast to coast" i nuovi itinerari, su di un tracciato (Roma-Terni-Riviera Adriatica) da sempre trascurato dal traffico automobilistico. Una via di collegamento non in grado fino ad ora di sollecitare l'immaginario cinematografico degli spettatori e di conseguenza poco utilizzato da soggettisti e sceneggiatori (o forse il contrario). Da alcuni anni non è più così.
I giovani autori della nuova leva italiana, come sottolineano Anna Olivucci e Fausto Galosi in "L'immagine delle Marche nel cinema italiano"(3) "sembrano propensi ad una riscoperta della provincia italiana intesa come serbatoio naturale di storie autentiche paesaggi inediti e personaggi credibili" e quindi pronti ad esplorare nuovi itinerari paesaggistici che sappiano, come sosteneva Michelangelo Antonioni "esprimere lo stato d'animo dei personaggi".

Queste nuove prospettive del giovane cinema italiano coincidono anche con una riscoperta del paesaggio marchigiano in chiave "on the road", con immagini a volte rubate o manipolate, come terra di confine tra l'umbratile appennino e la rutilante riviera adriatica ("Tournè" di G. Salvatores e "Viola bacia tutti" di G. Veronese, "Viaggio d'amore" di O. Fabbri), passaggio obbligato di un viaggio sull'onda dei ricordi familiari ( "Stanno tutti bene" di Tornatore) o terra accogliente in cui rifugiarsi ("Un'anima divisa in due" di S. Soldini, "Passaggio per il Paradiso" di A. Baiocco, "Il frullo del passero" di G. Mingozzi, "Asini" di A. Grimaldi).

Sicuramente un debito di riconoscenza il giovane cinema italiano lo ha con Valerio Zurlini che già negli anni '60/'70 aveva esplorato le potenzialità narrative ("Estate violenta", "La prima notte di quiete") di un passaggio così mutevole, nel dipanarsi dei cambiamenti stagionali, e legato, soprattutto il litorale, al fenomeno del turismo di massa ("Rimini, Rimini un anno dopo" di G. Corrucci, "Saremo felici" di G. Lazotti, "Abbronzantissimi" di B. Gaburro )(4).

Le motivazioni che spingono le produzioni cinematografiche a scegliere un luogo, una città per ambientarvi i propri film sono le più disparate e spesso legate al caso, agli impegni degli attori in tournee con gli spettacoli teatrali, a suggerimenti o conoscenze di produttori, scenografi o impresari. La storia del cinema è piena di aneddoti sulle motivazioni più o meno accidentali che hanno portato registi e/o produttori in questa o quella regione. E questo naturalmente vale anche per le Marche. Soprattutto per quei film in cui il paesaggio o le città marchigiane compaiono solo per brevi sequenze ( "Cuori al verde" di G. Piccioni, "Elvis & Merilijn" di A. Nanni).

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