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il carattere del marchigiano filmico
a cura di Anna Olivucci


La storia del cinema sembra aver assegnato alle Marche e ai marchigiani un ruolo da comprimari o controfigure. Questo vale sia per gli uomini che per il paesaggio, sia per i caratteri che per le ambientazioni.
D'altra parte, quando l'immagine cinematografica delle Marche esce per così dire dall'anonimato, tende ad assumere generalmente connotazioni poco gratificanti. Le Marche vengono spesso considerate come una terra di confine e di confino, come una landa desolata e inospitale, tagliata fuori dal corso della storia, dove nessuno vorrebbe vivere.
Cosi, per citare alcuni esempi: il poliziotto dell'omonimo film di Stelvio Massi Un poliziotto scomodo viene trasferito, come per punizione, a Civitanova Marche; Alberto Sordi ne Il marchese del grillo compiange la sorella costretta a trasferirsi con il marito a Macerata e i giovani protagonisti de I delfini di Francesco Maselli, consumano la loro esistenza fra la noia del Caffè Meletti e l'ansia di evadere del grigiore di Ascoli Piceno vedi il contributo video. Ma, paradossalmente, la citazione più divertente e in un certo senso esemplare di questa immagine delle Marche come terra di confine si trova in un "colossal" americano prodotto e interpretato da Kirk Douglas: Spartacus, diretto nel 1960 dal giovane Stanley Kubrik. Il vecchio e saggio senatore Gracco, al quale è stato inflitto l’esilio in "una fattoria del Piceno", si confida con Lentulo, il capo del gladiatori, che indignato gli risponde: "Nel Piceno? Il luogo più squallido d'Italia!" vedi il contributo video. Lo stesso Gracco non sembra gradire molto la sua destinazione, se è vero che poco dopo si toglierà la vita.
Considerazioni analoghe a quelle appena fatte relativamente allo sfruttamento cinematografico del territorio marchigiano, si possono fare per il personaggio marchigiano che, quando assume una sua specifica fisionomia e, attraverso una caratterizzazione cinematografica esplicita, evidenzia dei tratti caratteriali riconoscibili, tende a caricarsi di qualificazioni non molto gratificanti.

L’immagine cinematografica del marchigiano, così come è venuta delineandosi soprattutto nell'ambito della commedia, dove più frequentemente compare, ci rimanda ad una serie di connotazioni caratteriali riconducibili ad un prototipo più vicino alla personalità del conte Monaldo Leopardi che a quella del più illustre figlio Giacomo (ci riferiamo al sistema significante Monaldo/Giacomo illustrato nell’articolo "L'idea delle Marche" di Giorgio Mangani per esemplificare le due anime delle Marche). Come Monaldo, il marchigiano cinematografico tratteggiato dagli sceneggiatori della commedia all'italiana è una figura di antieroe modesto, "quadrato", sensato, equilibrato, un pò reazionario o comunque qualunquista eppure sostanzialmente simpatico, popolaresco, cosciente dei propri limiti e spesso capace di autoironia, dotato persino di una certa arguzia e di una propria filosofia spicciola di pragmatica efficacia.

Diversi film contribuiscono a delineare questa figura di marchigiano medio "mediocre". Tra i più rappresentativi possiamo citare Straziami ma di baci saziami di Dino Risi, l'episodio diretto da Nanni Loy di Basta che non si sappia in giro, Spaghetti house di Giulio Paradisi, Mezzo destro mezzo sinistro, Due calciatori senza pallone di Sergio Martino, La famiglia di Ettore Scola e soprattutto Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? dello stesso Scola. Quest'ultimo film con il personaggio del ragionier Palmarini, interpretato da Bernard Blier, ci fornisce un vero e proprio manuale del piccolo marchigiano cinematografico.
Il ragionier Ubaldo Palmarini è un uomo qualunque, un pò ignorante e conservatore (al dottor Di Salvio, interpretato da Alberto Sordi, che si scaglia enfaticamente contro la rincorsa al benessere, replica: "Io tutto 'sto benessere mica ce l'ho. Non si potrebbe 'spettare a scagliarcisi contro?" vedi il contributo video) completamente privo di slanci (attraversa scenari suggestivi senza neanche vederli, sempre indaffarato fra i conti delle cambiali e la scelta della pasta da cucinare), dotato di un certo buon senso e di una discreta adattabilità alle diverse situazioni (se Di Salvio tenta invano di comunicare esprimendosi in portoghese, è Palmarini, attraverso la mimica e il dialetto che riesce a farsi capire dagli abitanti del posto vedi il contributo video), ma anche di una certa avarizia e indolenza mentale, che lo tiene strettamente legato alle piccole cose terrene (sul punto di ripartire, Di Salvio rimpiange la fine del "grande sogno africano" e il ragioniere sfoglia l'orario, in cerca di un aereo "che arrivi in tempo per vedere la partita") vedi il contributo video.
E, in effetti, pur manifestando talvolta qualche segno di dignità e di "carattere" vedi il contributo video(in Riusciranno i nostri eroi... Palmarini si rifiuta di proseguire il viaggio con i portoghesi schiavisti; in Straziami ma di baci saziami, il protagonista, interpretato da Nino Manfredi, vedendosi sbeffeggiare con il solito proverbio "mejo un morto in casa che un marchigiano fori la porta", risponde prontamente e con una certa fierezza: "nelle Marche c'erano gli Etruschi, e ai Romani je l'hanno date spesso e volentieri!"), sembra proprio che la figura del marchigiano tipico delineata dal cinema italiano sia costituzionalmente priva di qualsiasi spessore ideale. Il marchigiano cinematografico sembra non avere alcuna dimestichezza con i sogni o, comunque, non sembra in grado di produrre che sogni sostanzialmente modesti o risibili (come quelli espressi da Manfredi in Straziami ma di baci saziami, quando, ricordando con aria rapita i momenti più belli del suo sogno d'amore, sospira: "...il sapore dei tuoi baci, 'Un Disco per l'Estate', le nostre domeniche a Macerata..." vedi il contributo video).
Dunque, in definitiva, l'immagine del marchigiano che il cinema italiano ci consegna è quella stereotipata e banale dell'uomo qualunque, l'immagine sbiadita e un pò sfocata di un omino "senza qualità" vedi il contributo video.

(liberamente tratto da "L'immagine delle Marche nel cinema italiano" da "Ossessione" a "Il grande Blek" di A. Olivucci e F. Galosi)