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storia
a cura di Anna Olivucci


..."sullo schermo la regione, come la carta che si stampa
a Fabriano, si può vedere sempre (con occhio attento) in filigrana".

G. Marini "Patchwork - Cento anni di cinema in
Italia - Un viaggio attraverso le regioni" ed. Finzioni - Milano 1997.


Definire o comunque delineare l'immagine delle Marche, così come si è venuta configurando nel corso degli anni attraverso la produzione cinematografica italiana, non è molto semplice, per diversi motivi. Perché da una parte l'idea stessa della regione marchigiana non sembra essere abbastanza caratterizzata (e, oltretutto tende a confondersi con quella di altre regioni del centro Italia), perché da un punto di vista cinematografico le Marche non sembrano avere una particolare rilevanza (non sono molti complessivamente i film ambientati nelle Marche e pochissimi sono significativi), ma soprattutto perché la definizione stessa di una qualche tipologia regionale all'interno dell'attuale sistema di comunicazione audiovisiva, sempre più sbilanciato nel senso della diffusione (e omologazione) planetaria dei messaggi, appare oggi, da un certo punto di vista, quasi anacronistica.

Fatte queste indispensabili premesse, va tuttavia considerato che, analizzando la storia del cinema italiano, è possibile individuare alcuni tratti caratteristici che concorrono alla definizione di una certa immagine cinematografica delle Marche. Esaminando un vasto repertorio di film che si sono occupati in forme diverse, talvolta indirette, di rappresentare le Marche e la sua popolazione, è possibile identificare i caratteri essenziali di un discorso cinematografico composito e diversificato, nella sua evidente frammentarietà, che percorre trasversalmente la storia del cinema italiano, dal neorealismo alla "commedia all'italiana", dal "nuovo cinema" degli anni Ottanta, proponendo nell'insieme un'immagine non sempre definita, talvolta decisamente generica o stereotipata, del paesaggio marchigiano e dei suoi personaggi tipici.().

A parte il caso specifico Ancona ("Ossessione" di L. Visconti- 1943 vedi il contributo video) bisogna subito osservare che le Marche in generale sono praticamente assenti dalla filmografia neorealista, che, come è noto, rappresenta il fenomeno cinematografico più significativo dell'immediato dopoguerra. Il cinema neorealista, nonostante la sua poetica regional-popolare (il recupero di un'autentica "densità regionale" della cultura popolare; nelle sue valenze dinamiche e attive) non si è mai accostato alle Marche. E, in definitiva, l'unico film per certi versi assimilabile all'estetica neorealista che abbia una qualche relazione con la regione, rimane Cielo sulla palude di Augusto Genina, realizzato nel 1949 in occasione della beatificazione della corinaldese Maria Goretti. Si tratta, fra l'altro, di un film splendido, anticonvenzionale, ancora oggi per molti versi sorprendente: un complesso melodramma rurale dalla sofisticata elaborazione plastica che, rinunciando a qualsiasi tentazione agiografica, ci propone una versione "agnostica" della biografia della giovane contadina marchigiana vedi il contributo video.

Ed è curioso notare come l'immagine della Goretti proposta da Genina, la "fenomenologia" della sua presunta santità, rientri sostanzialmente nel quadro caratteriale del marchigiano tipico consolidatosi nell'immaginario collettivo a partire dalla fine dell'ottocento (un modello interpretativo fondato, come è noto, su elementi quali la mitezza, la modestia, la docilità, la discrezione, la "medierà", la moderazione. In Cielo sulla palude si profila l'immagine di una santa piuttosto comune (niente voci, niente visioni, niente segni divini), una santa modesta, umile, inconsapevole, poco ispirata antieroica nonostante il martirio: un'autentica "santa marchigiana". (...).

Esaurita la breve e gloriosa stagione del cinema neorealista, con la definitiva affermazione della "commedia all'italiana", verso la fine degli anni Cinquanta l'attenzione alla cronaca locale e alle situazioni regionali si trasferisce progressivamente in chiave prevalentemente umoristica, sacrificando fatalmente i criteri di concretezza storico-sociale a favore di una logica fondata sui principi dell'intrattenimento.
In questo contesto, soprattutto a partire dagli anni Settanta, che sanciscono la definitiva affermazione della commedia all'italiana come struttura portante della produzione nazionale, le Marche e i marchigiani sono quasi sempre confinati in ruoli subalterni e marginali, entro gli angusti confini della satira di costume o della farsa popolaresca.
Di fatto, in un'epoca contrassegnata dal diffondersi di una visione del mondo fondamentalmente industrialista e modernista, una regione come le Marche rischia di essere del tutto trascurata in ambito cinematografico oppure finisce con l'essere associata all'area più arretrata e arcaica della penisola vedi il contributo video.
Per cui quando il marchigiano entra in scena, aderisce quasi sempre allo stereotipo del cafone immutabile, che viene tratteggiato con prevedibili colorazioni bozzettistiche.
Lo stesso uso del dialetto in questo contesto assume per forza di cose connotazioni profondamente diverse che in ambito neorealista vedi il contributo video. L'esigenza di spettacolarizzare il dialetto, per raggiungere un'area più vasta di pubblico, induce il cinema comico italiano ad ammorbidire le asperità dialettali, escludendo comunque linguaggi meno gradevoli, scarsamente caratterizzati e poco conosciuti (dunque poco popolari) come, per esempio il dialetto anconetano, che, per quanto ci risulta, a parte una breve sequenza di Ossessione vedi il contributo video, è completamente ignorato della produzione cinematografica nazionale.(...).
Di fatto, il cinema italiano si è limitato a contemplare soltanto l'utilizzo saltuario di un maceratese talvolta "maccheronico" e di una vaga inflessione dialettale picena, associando molto spesso i due idiomi in un coacervo linguistico spurio, di matrice genericamente centroitalica.
Del tutto simile allo sfruttamento improprio e disinvolto degli idiomi marchigiani è l'utilizzazione che generalmente si è fatta del paesaggio marchigiano in ambito cinematografico. Le colline, le vallate, il litorale, le città, i paesi delle Marche sono impiegati prevalentemente come generico sfondo ambientale centroitalico o addirittura come cornice paesaggistica anonima.

(liberamente tratto da "L'immagine delle Marche nel cinema italiano" da "Ossessione" a "Il grande Blek" di A. Olivucci e F. Galosi)